• CLIMA

Accordi di Parigi, grandi costi ma nessuna efficacia

Gli Usa rientrano negli Accordi di Parigi e, giustamente, si interrogano sui costi. Ma al di là del fatto che non è ancora certo che il cambiamento climatico sia controllabile dall'uomo, tutte le convenzioni mondiali promosse dall'Onu sono risultate inefficaci, perché nessuno può realmente sanzionare chi non le rispetta.

John Kerry

Il presidente neo eletto Joe Biden il giorno successivo al suo insediamento alla Casa Bianca ha annunciato il rientro degli Stati Uniti nell’Accordo di Parigi sul clima, in vigore dal 2015 per contenere l’aumento della temperatura della Terra entro 1,5 gradi. Il 3 febbraio il presidente ha quindi firmato una serie di atti esecutivi relativi alla sua agenda per il clima, ispirata al New Deal verde, che prevede un impegno finanziario di due trilioni di dollari.

Da più parti è stato espresso il timore che l’agenda verde provocherà la perdita di molti posti di lavoro. Il procuratore generale della Virginia Occidentale Patrick Morrisey, all’annuncio della firma degli atti esecutivi, ha detto parlando sul canale televisivo Fox News che il piano energetico di Biden è molto più aggressivo di quello dell’ex presidente Barack Obama e che avrà un effetto devastante sull’occupazione nei settori energetici di tutto il paese: “il presidente colpisce gli americani proprio mentre sono già economicamente in difficoltà”.

Secondo John Kerry, invece, al quale il New Deal verde è stato affidato, gli allarmi sono infondati, frutto della falsa convinzione instillata nella gente che “chi sta dalla parte del clima lo fa a spese di chi lavora”. Lo ha ribadito il 3 febbraio nel corso di una conferenza stampa alla Casa Bianca durante la quale tuttavia non ha potuto fare a meno di riconoscere che l’ex presidente Donald Trump aveva ragione quando il 4 novembre scorso ha deciso di uscire dall’Accordo di Parigi. “Il presidente Biden sa bene che Parigi non basta – ha detto Kerry ai giornalisti – non quando quasi il 90% di tutte le emissioni di gas serra del pianeta vengono prodotte oltre i confini degli Stati Uniti. Se anche raggiungessimo il traguardo delle zero emissioni domani, il problema non sarebbe risolto”. Kerry ha anche ammesso che è molto difficile indurre a collaborare i paesi maggiormente responsabili dell’inquinamento, tra i quali la Cina che da sola produce il 30% delle emissioni di CO2. Ciononostante, ha concluso Kerry, “non ci possiamo esimere dal rispettare l’impegno preso anche se gli Stati Uniti sono alle prese con una recessione e una crisi sanitaria devastanti. Ce lo impone la scienza”.      

Ammesso e tutt’altro che concesso che quella dell’aumento delle temperature di origine antropica fosse una evidenza scientifica, l’Onu ha trionfalmente definito l’Accordo di Parigi, come ormai tutte le proprie iniziative, un momento storico, una pietra miliare: il primo accordo universale, giuridicamente vincolante, che impegna i 195 paesi che lo hanno sottoscritto a ridurre le emissioni di gas serra fino a raggiungere entro il 2060 la neutralità climatica, vale a dire le zero emissioni. Ma, a distanza di cinque anni dall’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi, sono pochi gli Stati che stanno mantenendo gli impegni presi, nessuno dei quali fa parte del G20, il forum internazionale delle principali economie del mondo che producono oltre l’80% del Pil mondiale, il 75% del commercio globale e comprendono il 60% della popolazione del pianeta. Le fonti citano tra i paesi “virtuosi” Marocco e Gambia, che puntano entrambi sull’energia solare, Costa Rica, che intende produrre energia rinnovabile al 100% entro il 2021, Suriname, Bhutan e in generale i paesi in via di sviluppo. Il Marocco vanta la realizzazione del progetto Noor Ouarzazate, il più grande impianto solare del mondo, che genera elettricità sufficiente ad alimentare due città delle dimensioni di Marrakech… che ha circa un milione di abitanti. Il Gambia ha 2,2 milioni di abitanti, il Buthan ne ha circa 850mila, il Suriname poco più di 600mila e inoltre tre quarti della popolazione del Gambia e metà di quella del Bhutan vivono di agricola, in gran parte a bassa tecnologia.     

Gli accordi, i trattati, i protocolli, le convenzioni proposti dalle Nazioni Unite, non solo l’Accordo di Parigi, oltre a essere ovviamente vincolanti solo per chi li sottoscrive, in genere non comportano per chi li viola conseguenze tali da dissuadere dal farlo: all’Onu mancano strumenti e risorse per sanzionare efficacemente. L’entusiasmo e l’enfasi con cui vengono annunciati creano quindi aspettative e illusioni, ma in concreto sono quasi sempre altre le iniziative efficaci.

Un esempio clamoroso è la Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, adottata nel 1979 dall’Assemblea generale dell’Onu, che dovrebbe tutelare le donne e, insieme alla Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani e degradanti (1984), alla Convezione sui diritti del fanciullo (1989) e, naturalmente, alla Dichiarazione universale dei diritti umani (1948), almeno avrebbe dovuto servire ad abolire le mutilazioni genitali femminili che invece continuano a essere praticate, inflitte si stima a circa tre milioni di bambine e adolescenti ogni anno, persino in Italia e in altri stati nei quali un tempo erano assenti.

Grandi speranze ha suscitato di recente nel mondo dell’associazionismo la ratifica del Trattato per la proibizione delle armi nucleari da parte del 50° stato, l’Honduras, che ne ha consentito l’entrata in vigore avvenuta il 22 gennaio. Inutile dire che la rinuncia unilaterale alle armi nucleari da parte di un paese è inimmaginabile. Il comunicato della Farnesina sintetizza la posizione responsabile, realistica dell’Italia che ha aderito al Trattato di non proliferazione nucleare nel 1969 e lo ha ratificato nel 1975: “In occasione dell’entrata in vigore del Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), l’Italia conferma di condividere pienamente l’obiettivo di un mondo libero da armi nucleari e resta particolarmente impegnata nei settori del disarmo, del controllo degli armamenti e della non proliferazione, che sono componenti essenziali della nostra politica estera. Apprezziamo il ruolo della società civile nel sensibilizzare sulle conseguenze catastrofiche dell’uso delle armi nucleari. Siamo convinti che l’approccio migliore per conseguire un effettivo disarmo nucleare implichi un pieno coinvolgimento dei paesi militarmente nucleari laddove invece – dal momento in cui è stata lanciata l’iniziativa del Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari – abbiamo assistito ad una crescente polarizzazione del dibattito in seno alla comunità internazionale. Pur nutrendo profondo rispetto per le motivazioni dei promotori del Trattato e dei suoi sostenitori, riteniamo quindi che l’obiettivo di un mondo privo di armi nucleari possa essere realisticamente raggiunto solo attraverso un articolato percorso a tappe che tenga conto, oltre che delle considerazioni di carattere umanitario, anche delle esigenze di sicurezza nazionale e stabilità internazionale”.