• L'ANALISI

Il "lockdownismo" impone la conversione statalista

Anche in settori della politica e della classe dirigente in passato non certo lontani dalla comprensione delle dinamiche delle società di mercato (ai quali senza dubbio Draghi appartiene, così come molte forze di maggioranza e i governatori di molte regioni) si è fatta strada l'idea iperstatalista e iperdirigista secondo la quale qualsiasi “sincope” dell'economia (recessione, crollo della produttività, disoccupazione) si possa riparare quasi automaticamente con sussidi di Stato, senza lasciare danni.

Ormai da tempo abbiamo smesso di stupirci davanti alla strategia incredibilmente rozza propugnata dal governo italiano (quello vecchio, e ora ahimé quello nuovo), dagli “esperti” del Comitato tecnico-scientifico, dai virologi ipermediatici in materia di lotta al Coronavirus: chiudere il massimo delle attività possibili e costringere la gente a stare a casa il più possibile.

Una strategia che poteva essere comprensibile al massimo un anno fa nelle prime settimane dell'epidemia, ma che oggi, alla luce di tutto ciò che si sa sulla malattia e della situazione economica maturata nel frattempo, appare del tutto ingiustificabile. E che tradisce un atteggiamento passivo, superstizioso, antiscientifico (al contrario di quanto la propaganda governativa vorrebbe far credere), ma soprattutto volutamente ignorante della complessità di una società industrializzata e aperta. Un'emergenza è tale perché inaspettata e improvvisa, ma qualunque stato moderno deve necessariamente delimitarne la sua estensione temporale, puntando il prima possibile al suo superamento, e non può adagiarsi in essa a tempo indefinito.

Questa strategia da “età della pietra” si fonda su un atteggiamento in base al quale si pretende di porre (come affermato con spregio di qualsiasi cultura costituzionale dall'ex premier Giuseppe Conte l'anno scorso) quello alla salute come diritto gerarchicamente prioritario della Carta, senza essere però minimamente in grado di far fare al servizio sanitario nazionale quello che sarebbe il suo compito davanti a un'epidemia: individuare le fasce di popolazione e i casi a rischio, prevenire, curare i malati prima che si aggravino, consentendo alla rimanente parte della società di riprendere al più presto e continuare a svolgere le sue molteplici attività. E in base al quale parimenti si pretende che settori fondamentali dell'economia (turistico-alberghiero, ristorazione, agroalimentare, sport, cultura e spettacolo, con tutta la filiera di imprese legate al loro indotto) possano sopravvivere rimanendo chiusi, o aperti a scartamento ridotto, ad oltranza, giovandosi soltanto di minimi “ristori” e cassa integrazione, e mascherando il loro vero e proprio tracollo con un blocco dei licenziamenti che prima o poi dovrà essere revocato.

Tale reazione apertamente regressiva, immobilistica, tendenzialmente autoritaria si intonava, malauguratamente, con le culture politiche delle principali forze facenti parte della coalizione “giallorossa” guidata da Giuseppe Conte: lo statalismo post-comunista del Partito democratico e il “decrescitismo” in salsa filo-cinese del Movimento 5 Stelle. Ciò spiegava la tendenza di quell'esecutivo a raffigurare l'epidemia non come uno stato transitorio da superare al più presto, ma come una minaccia costante e tanto drammatica da condizionare la vita della società a tal punto che “niente sarà come prima”, come recita una delle frasi fatte più comuni e tuttavia inquietanti che abbiamo sentito nei mesi scorsi. E, come sappiamo, il “lockdownismo” è stato fatto proprio da molti governi del Vecchio Continente, al contrario che nel resto dei paesi industrializzati, consolidando una tendenza fortemente dirigista già in atto in area Ue, della quale il Recovery Plan è la più compiuta espressione.

Ma in nessun paese quella linea è stata attuata in maniera così rigida, così dogmatica, così costante, così radicale come nel nostro. Altrove essa è sempre stata compensata non solo da risarcimenti assai più ingenti e significativi, ma anche dalla consapevolezza del dovere di indicare ai cittadini una scadenza per le restrizioni, e di scusarsi con loro per i sacrifici richiesti.

Soprattutto, ciò che lascia davvero increduli è il fatto che il nuovo esecutivo guidato da Mario Draghi, sostenuto da una coalizione molto più ampia e programmaticamente ispirato all'idea di far “ripartire” il Paese, sembri aver ereditato la mentalità del governo precedente senza praticamente nessuna modifica, anzi inasprendo ancora di pù le restrizioni alla vita economica, sociale e civile. E' davvero inconcepibile che ancora oggi - quando le strutture sanitarie non subiscono più da tempo una pressione insostenibile ma in compenso è da tempo sotto gli occhi di tutti la vera gravissima emergenza, quella economica e sociale – affermare, come secondo alcune indiscrezioni avrebbe fatto recentemente il presidente del Consiglio, che «non ci sono ancora le condizioni» per una riapertura delle moltissime attività economiche letteralmente massacrate da un anno di restrizioni, confinamenti, “fasce”, coprifuoco. Senza sentire nemmeno il bisogno di giustificare tutto ciò davanti alle categorie coinvolte.

Come è possibile disprezzare fino a questo punto il lavoro di  tanti settori, la loro rilevanza sociale? Come è possibile archiviare con tanta leggerezza la possibilità di tornare a farli funzionare, quando per essi sono stati varati nei mesi scorsi protocolli severissimi di sicurezza, e non si comprende come essi potrebbero essere più pericolosi sul piano sanitario di supermercati, esercizi commerciali al dettaglio, uffici postali, trasporti pubblici, i quali hanno continuato a funzionare secondo quei protocolli senza, a quanto pare, provocare alcuna apocalittica impennata di contagi.

Sembra,  insomma, che anche in settori della politica e della classe dirigente in passato non certo lontani dalla comprensione delle dinamiche delle società di mercato (ai quali senza dubbio Draghi appartiene, così come molte forze di maggioranza e i governatori di molte regioni) si sia fatta strada senza incontrare resistenza l'idea iperstatalista e iperdirigista secondo la quale qualsiasi “sincope” dell'economia (recessione, crollo della produttività, disoccupazione) si possa riparare quasi automaticamente con sussidi di Stato, senza lasciare danni. E secondo la quale se, come ha detto Draghi nel suo discorso programmatico in Parlamento, «uscire dal Covid non sarà come riaccendere la luce», l'aumento della spesa pubblica temporaneamente consentito dall'allentamento dei vincoli di bilancio e dal Recovery Fund possa però essere sufficiente a colmare la voragine economica aperta non dal Covid ma proprio dal “lockdownismo” a oltranza.

Una voragine che non sappiamo, invece, quante cicatrici profonde potrà lasciare, anche quando l'”emergenza” a oltranza sarà finalmente passata, nella psiche di società oggi molto meno “aperte” di un anno fa.