• L'ANALISI

Scienza e politica: il primato rubato

Uno dei problemi di fondo emersi con la vaccinazione è il rapporto tra la politica e la scienza. La vaccinazione di massa è una decisione politica e non scientifica. La politica non deve scaricarla sulla scienza, conferendole indebitamente un’assolutezza che questa non può avere ed essa, la politica, deve assumere questo genere di decisioni secondo l’ottica che le è propria, quella del quadro d’insieme, dato che il bene comune è più ampio della vaccinazione ed essa lo deve considerare per intero.

Man mano che la realtà evidenzia nuovi aspetti della grande questione vaccini e questa si allarga e si approfondisce, emerge con sempre maggiore chiarezza che uno dei problemi di fondo dell’intera fiction è il rapporto tra la politica e la scienza (vedi QUI e QUI). Purtroppo, però, la cultura diffusa di oggi ha della scienza e della politica una visione confusa. Per il bene dei cittadini bisognerebbe che le due realtà dialogassero tra loro in modo corretto, cosa che però non avviene perché idee confuse non producono granché.

La scienza è un sapere certo e assoluto?, oppure incerto e approssimativo? Che peso bisogna dare ai dati scientifici? Possono essi determinare l’agenda politica in campo sanitario? Tranne qualche residuale scienziato positivista – sembra impossibile, ma ce ne sono ancora! - tutti ormai sanno che il cosiddetto “dato scientifico” è in realtà un costrutto, vale a dire qualcosa di “costruito” nella sintesi tra i dati emersi e i criteri che si sono adottati per farli emergere. Popper direbbe: i dati sono condizionati dalla domanda a cui si vuole rispondere perché è la domanda che illumina ma anche condiziona le piste per trovare la risposta. Come ci insegna la storia della scienza, soprattutto contemporanea, questo aspetto è stato da molti assolutizzato fino a dire che la scienza non ha nulla di obiettivo e che è completamente una costruzione convenzionale: da Poincaré a Fayerabend questa posizione ha avuto un’ampia gamma di sostenitori più o meno radicali. Si tratta però di un estremismo non accettabile perché non vero. La scienza conosce, ma conosce con i suoi limiti che né il convenzionalismo né la sua assolutizzazione di stampo positivista riconoscono adeguatamente.

Il fatto è che la scienza conosce, ma conosce i fenomeni, ossia gli aspetti della realtà che cambiano, sono contingenti e si collocano in contesti variabili che contribuiscono a configurarli. Dei fenomeni non è possibile avere una conoscenza stabile. Di cosa sia l’uomo si può essere certi perché si conosce una realtà che non cambia, di come curarne una malattia non si può essere altrettanto certi. Inoltre la scienza è un sapere ipotetico, nel senso che parte non da conoscenze dimostrate ma da assunti che le permettano di circoscrivere un ambito di fenomeni da studiare con (almeno relativo) successo. L’ipotesi scientifica è un punto di vista, non è un principio, è un inizio che nel corso della ricerca può anche essere cambiato per poter definire in modo migliore l’ambito della ricerca stessa e ottenere successi maggiori. Ciò non significa che la scienza non sia una conoscenza vera e propria, esclude solo che sia assoluta: essa ci dà informazioni utili anche se non assolutamente certe e definitive.

A sentire molti scienziati ed esperti in questo anno di Covid, si capisce che, purtroppo, a guadagnare i primi piani sono stati quelli meno adatti perché meno consapevoli del vero statuto della scienza che professano. È ormai super documentato che i dati forniti dalle fonti ufficiali e riguardanti i vari aspetti dell’epidemia sono ampiamente scorretti e spesso infondati. La politica crede (o finge di credere) di avere dei dati su cui basarsi ma non li ha e quindi cammina alla cieca, senza tuttavia assumersene le responsabilità. Questo capita certamente perché ci sono interessi che inducono ad adulterare i dati, ma anche perché è la scienza stessa che strutturalmente procede per via ipotetica. I dati veramente scientifici sono infatti forniti da quegli scienziati che, in tutta umiltà, tengono conto di questo aspetto e maneggiano la propria disciplina con attenzione critica. Ed è di scienziati di questo tipo che la politica dovrebbe andare in cerca.

La scienza non abilita a prendere decisioni politiche sostituendosi alla politica. Quest’ultima non può dire – come faceva Conte e continua a fare Draghi – che sono i dati scientifici a decidere. A decidere deve essere la politica perché essa - quella vera naturalmente - a differenza della scienza, non è un sapere ipotetico ed è la sola ad avere come ottica quella del tutto e non quella della parte. La politica non si fonda su ipotesi – anche qui Popper sbagliava - ma sull’ordine finalistico delle cose, come per esempio il principio che il bene comune non è qualcosa di diverso dal bene dei singoli uomini che vivono in società. La vaccinazione di massa è una decisione politica e non scientifica. La politica non deve scaricarla sulla scienza, conferendole indebitamente un’assolutezza che questa non può avere ed essa, la politica, deve assumere questo genere di decisioni secondo l’ottica che le è propria, quella del quadro d’insieme, dato che il bene comune è più ampio della vaccinazione ed essa lo deve considerare per intero.

La scienza non è in grado di attestare una gravità del pericolo epidemico da giustificare una vaccinazione di massa e obbligatoria, e la politica che tenga conto del bene comune non è in grado di deciderlo e di imporlo. Diremmo: per motivi epistemici sia della scienza che della politica.